Cina, mutui sott'acqua e sofferenze sotterrate
Una indagine di Bloomberg ci ricorda che la crisi immobiliare cinese è giunta al suo quinto anno consecutivo. I prezzi delle case nelle principali città — Pechino, Shanghai, Shenzhen — sono crollati di oltre un terzo dai massimi, secondo indicatori privati che divergono sensibilmente dai dati ufficiali. In alcune città minori i cali superano il 40%, riportando i prezzi ai livelli del 2017. Il risultato è che milioni di mutuatari cinesi si trovano in negative equity: cioè devono alla banca più di quanto valga il loro immobile.
Bloomberg Intelligence stima che centinaia di miliardi di yuan di mutui siano in territorio negativo. UBS calcola che 3,3 milioni di abitazioni potrebbero essere “sott’acqua” (underwater, cioè in negative equity) entro il 2027, con perdite potenziali fino a 232 miliardi di yuan (circa 33,7 miliardi di dollari) tra mutui residenziali e prestiti alle imprese garantiti da immobili — cifre senza precedenti nella storia cinese, anche se contenute rispetto al volume totale degli impieghi.
C’è poi un problema nascosto nei bilanci: durante il boom immobiliare, milioni di cittadini hanno contratto prestiti per le proprie imprese usando la casa come garanzia. Secondo UBS questi prestiti operativi rappresentano oggi un problema di negative equity persino più grave dei mutui tradizionali, perché hanno scadenze molto più brevi — da uno a dieci anni — e il rischio di default è guidato da problemi di liquidità aziendale, non dal solo calo dei prezzi immobiliari.
Contenimento bancario
Le banche statali cinesi hanno reagito con una strategia di contenimento su tre livelli.
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